Ogni giorno, in tutto il mondo, si tengono un numero indefinito di cerimonie di ayahuasca, contando tutti i possibili contesti d’uso, dai numerosi centri sorti ad hoc nei vari paesi del Sudamerica, alle chiese sincretiche e i loro distaccamenti in tutto il mondo, alle cerimonie dei curanderos che visitano gli stati esteri e quelle tenute da facilitatori di varia natura. 

Il peso del dato sommerso, vista la non totale legalità delle pratiche in oggetto in alcuni paesi, sopratutto occidentali, rende difficile stimare l'effettiva mole del consumo di ayahuasca nel mondo.Tuttavia è nella percezione di tutti, e fa parte di un dibattito ormai assodato a livello mondiale, il fatto che la specie botanica Banisteriopsis caapi sia diventata, perlomeno allo stato spontaneo, molto più rara che in passato (si veda il documentario: Ayahusaca, Iquito and Monster Vorax).
La questione della sostenibilità ambientale del consumo di ayahuasca è un tema dibattuto anche nelle principali conferenze sul tema, come la “II Conferenza Mondiale sull’Ayahuasca”, organizzata da ICEERS, che si è tenuta a Rio Branco nell’ottobre del 2016.

Per quanto la Banisteripsisi caapi sia una specie invasiva ed infestante, molto facile a riprodursi, la sua crescita non è così rapida e, per essere utilizzabile ai fini della preparazione dell’ayahuasca, deve raggiungere almeno i 5 anni di età, mentre è comunque consuetudine considerare le proprietà delle piante più anziane quantitativamente e qualitativamente migliori.

Per questo motivo la maggior parte delle etnìe indigene considera migliore l’ayahuasca che riesce a reperire spontanea in natura, piuttosto che quella coltivata, anche se non sono pochi gli sciamani che la coltivavano per il proprio uso, già in epoca pre-boom. Questo avveniva soprattutto tra le etnìe della Colombia, dove sembra che l’ayahuasca sia stata addirittura una sorta di ‘importazione culturale’, in quanto non sono state rilevate tracce di crescita spontanea a quelle latitudini.
Tuttavia a causa dell’aumento indiscriminato della domanda, e della cronica povertà di tante zone interessate dalla crescita spontanea di questa specie botanica, molti si sono lanciati, negli ultimi anni, nella raccolta e nella commercializzazione selvaggia. A causa di ciò sono stati anche lanciati recentemente degli allarmi, più o meni giustificati, sull’eventuale rischio di estinzione della specie Banisteripsis caapi.

Tracciabilità dell'ayahuasca

Per tutti questi motivi sembra ormai doveroso annoverare tra i punti delle ‘buone pratiche’ di un uso responsabile di ayahuasca, la conoscenza dell’origine delle piante usate nella decozione, una sorta di tracciabilità che ne certifichi il basso impatto ambientale.

In Brasile ad esempio la legge che regola gli accordi tra le chiese del Santo Daime e lo Stato, prevede che le piante usate per la decozione destinata ai rituali provengano da coltivazioni dichiarate e identificabili.
Come si legge nel punto 3 dei principi deontologici per l’uso dell’ayahuasca, elaborati dal gruppo interdisciplinare coinvolto nella stesura della legge:

«Ogni ente costituito deve ricercare l’autosufficienza nell’arco di un ragionevole arco di tempo, sviluppando le proprie coltivazioni, capaci di sostenere i propri bisogni ed evitare il saccheggio delle specie native della foresta. L’estrazione delle specie botaniche dalle foreste native deve osservare le norme ambientali»  (tutta la legge in inglese)

Nello specifico la legge ha poi emanato regolamenti attuativi che prevedono una mappatura geolocalizzata in cui siano dichiarati e delimitati tutti i terreni adibiti alla coltivazione, mentre nelle sue evoluzioni più attuali sembra addirittura che la normativa stia andando nella direzione di permettere la raccolta e l’uso delle due specie botaniche spontanee solo alle etnìe indigene.

Se il Brasile è avanti di molti passi rispetto alle tematiche dell’integrazione dell’ayahuasca tra le pratiche della società moderna, il fatto che nei nostri paesi la legislazione sia incerta e arretrata, quando non ostile, non ci deve esimere dal cercare di rispettare quelle regole che riconosciamo giuste.

A questo proposito ci sembra proprio che, in quanto facilitatori, sciamani o partecipanti alle pratiche che coinvolgono l’uso di ayahuasca, dovremmo essere coscienti che la bevanda che stiamo consumando potrebbe causare dei risvolti non positivi nell’economia globale della salvaguardia della salute delle foreste pluviali e della loro biodiversità, e quindi esigere che le nostre materie prime siamo chiaramente identificabili, in quanto a natura (specie botanica) e provenienza (selvatica/coltivata).

Anche in America, ad esempio, la battaglia per il riconoscimento legale delle attività delle chiese dell’UDV è passata attraverso l’attribuzione alla chiesa dello status di ‘importatore certificato’.  (si veda ADF Fund, Webinar #1). Un importatore certificato garantisce non solo che l’ayahuasca sia effettivamente fatta solo con le piante stabilite dalla legge, ma anche che le modalità di approvvigionamento della materia prima non siano di tipo predatorio e anti ecologico, come purtroppo spesso avviene al giorno d’oggi.

Questo senza dubbio andrebbe ad incidere anche sui costi finali dell'ayahuasca. Ovviamente la raccolta di un prodotto coltivato è più agevole che quella di una specie spontanea per la quale, per ciò che si diceva prima, oggi può essere necessario avventurarsi anche di molto dentro la foresta più fitta, prima di trovarne traccia.

Rispetto per le popolazioni indigene

Sostenibilità significa però anche un’altra cosa.

Molti stanno definendo l’espansione del consumo di ayahuasca in occidente come un neo-colonialismo, in cui l’occidentale si appropria di materie prime e/o tradizioni indigene senza dare nulla in cambio. Questo accade molto spesso nel caso del rapporto tra gli occidentali e gli indigeni riguardo all’ayahuasca. Rifiutando di seguire la tradizione, approfittando del potere di acquisto conferito dalla moneta forte, l’occidentale compra appezzamenti di foresta amazzonica, costruisce centri per offrire ritiri a base di ayahuasca, e spesso gran poco del guadagno derivato da questi investimenti viene distribuito a chi è depositario della conoscenza iniziale ed ha reso possibile il tutto.

Anche in questo le chiese sincretiche rappresentano un esempio virtuoso nel modo di gestire il rapporto tra occidentali e autoctoni: il modello comunitario delle chiese Brasiliane distribuisce i proventi derivanti della vendita di ayahuasca alle sedi distaccate, in modo equo e distribuito.

Sarebbe auspicabile che qualsiasi stato o regione del mondo in cui l’ayahuasca cresce dettasse delle regole a monte sull’esportazione e la vendita della decozione da essa ottenuta, affinché già in partenza possano venire escluse forze predatorie e colonialistiche di mercato.

Tuttavia, nel frattempo, raccogliersi intorno a consorzi o associazioni che certifichino e garantiscano la provenienza equa e la sostenibile ambientale dell’ayahuasca usata, potrebbe essere una prassi sostitutiva accetabile.

 

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